74. Machiavelli e Guicciardini sulla crisi italiana.

   Da: G. Candeloro, Storia dell'Italia moderna, volume primo,
Feltrinelli, Milano, 1956

 Se i due grandi scrittori politici fiorentini furono d'accordo
nel considerare la Chiesa responsabile della mancata unificazione
dell'Italia, essi, come spiega Giorgio Candeloro, non ne trassero
le medesime conclusioni. Machiavelli, infatti, riteneva
l'unificazione sotto un principe necessaria per poter resistere
agli assalti dei pi forti stati europei, ed in questo consisteva
la grande originalit del suo pensiero politico. Guicciardini
invece, molto pi realista e meno rivoluzionario, metteva il dito
sul particolarismo italiano e sulla difficolt di tale
unificazione, giudicando inoltre che l'avvento di una monarchia
nazionale non avrebbe migliorato di fatto la situazione del paese.


   Machiavelli  il primo scrittore che si sia elevato ad una
visione del problema politico italiano che pu dirsi moderna e
quasi nazionale. Il suo pensiero infatti  completamente
distaccato dal cosmopolitismo medioevale ed appare nuovo anche
rispetto all'Umanesimo, al quale pur si collega per il culto della
romanit. Ma il richiamo a Roma antica, che appare dominante nei
Discorsi e nell' Arte della guerra, non ha pi un carattere
letterario-retorico, non  richiamo ad un modello culturale ma ad
un modello politico. [...] Il suo scopo principale  infatti
questo: interpretare la realt contemporanea e al tempo stesso
contribuire a modificarla suscitando in Italia una forza
rinnovatrice. Questa esigenza di rinnovamento nasce essenzialmente
dal paragone che egli fa tra due aspetti tipici del mondo del suo
tempo: la crisi degli Stati italiani e l'affermarsi delle
monarchie assolute unitarie su base nazionale nell'Europa
occidentale. Machiavelli pensa che la causa prima della crisi
italiana sia appunto la mancata unificazione politica dell'Italia
e crede che questa a sua volta sia stata determinata dalla
presenza in Italia del Papato e del suo dominio temporale. Egli
indica cio molto chiaramente il legame esistente da secoli in
Italia tra cosmopolitismo e particolarismo.
   Abbiamo... - egli dice - con la Chiesa e coi preti noi
Italiani questo primo obbligo, d'esser diventati senza religione e
cattivi; ma ne abbiamo ancora uno maggiore, il quale  cagione
della rovina nostra. Questo  che la Chiesa ha tenuto e tiene
questa nostra provincia divisa. E veramente alcuna provincia fu
mai unita o felice, se la non viene tutta all'ubbidienza d'una
repubblica o d'un principe, come  avvenuto alla Francia e alla
Spagna. E la cagione che l'Italia non sia in quel medesimo
termine, n abbia anche ella o una repubblica o un principe che la
governi,  solamente la Chiesa; perch avendovi abitato e tenuto
imperio temporale, non  stata s potente, n di tal virt, che
abbia potuto occupare il restante d'Italia, e farsene principe; e
non  stata, dall'altra parte, s debole, che per paura di non
perdere il dominio delle cose temporali, non abbia potuto
convocare un potente che la difenda contro a quello che in Italia
fosse diventato troppo potente, come si  veduto anticamente per
assai esperienze, quando mediante Carlo Magno ne cacci i
Lombardi, ch'erano gi quasi re di tutta Italia, e quando ne'
tempi nostri ella tolse la potenza a' Viniziani con l'aiuto della
Francia, di poi ne cacci i Francesi con l'aiuto de' Svizzeri. Non
essendo dunque stata la Chiesa potente da potere occupare
l'Italia, n avendo permesso che un altro la occupi,  stata
cagione che la non  potuta venire sotto un capo, ma  stata sotto
pi principi e signori, da' quali  nata tanta disunione e tanta
debolezza, che la si  condotta ad essere stata preda, non
solamente de' barbari potenti, ma di qualunque l'assalta. Di che
noi Italiani abbiamo obbligo con la Chiesa e non con altri.
   Ora  molto interessante ricordare quello che a proposito di
questo passo del Machiavelli scrisse il Guicciardini, il quale
concordava col Machiavelli nell'attribuire alla Chiesa di Roma la
responsabilit della mancata monarchia, cio unificazione,
dell'Italia, ma non ammetteva che questo fatto fosse stato un male
per l'Italia stessa.
   Non si pu dire tanto male della corte romana - dice il
Guicciardini - che non meriti se ne dica di pi, perch  una
infamia, un esempio di tutti e' vituperi ed obbrobri del mondo. Ed
anche credo sia vero che la grandezza della Chiesa, cio la
autorit che gli ha data la religione, sia stata causa che Italia
non sia caduta in una monarchia; perch da uno canto ha avuto
tanto credito che ha potuto farsi capo, e convocare quando 
bisognato principi esterni contro a chi era per opprimere Italia,
da altro essendo spogliata di arme proprie, non ha avuto tante
forze che abbia potuto stabilire dominio temporale, altro che
quello che volontariamente gli  stato dato da altri. Ma non so
gi se el non venire in una monarchia sia stata felicit o
infelicit di questa provincia, perch se sotto una repubblica
questo poteva essere glorioso al nome di Italia e felicit a
quella citt che dominassi, era all'altre tutte calamit perch
oppresse dalla ombra di quella, non avevano facult di pervenire a
grandezza alcuna. [...] E se bene la Italia divisa in molti domini
abbia in vari tempi patito molte calamit che forse in uno dominio
solo non arebbe patito, [...] nondimeno in tutti questi tempi ha
avuto al riscontro tante citt floride [...] che io reputo che una
monarchia gli sarebbe stata pi infelice che felice. [...] Pure, o
sia per qualche fato di Italia, o per la complessione degli uomini
temperata in modo che hanno ingegno e forze, non  mai questa
provincia [nazione] stata facile a ridursi sotto uno [unico]
imperio, eziandio quando non ci era la Chiesa; anzi, sempre
naturalmente ha appetito la libert, n credo ci sia memoria di
altro imperio che l'abbia posseduta tutta, che de' romani, e'
quali la soggiogarono con grande virt e grande violenza; e come
si spense la repubblica e manc la virt degli imperatori,
perderono facilmente lo imperio di Italia. Per se la Chiesa
romana si  opposta alle monarchie, io non concorro facilmente
essere stata infelicit di questa provincia, poi che l'ha
conservata in quello modo di vivere che  pi secondo la
antiquissima consuetudine ed inclinazione sua.
   Il Guicciardini dunque giudica il particolarismo come un fatto
naturale e spontaneo in Italia e ne mette in luce l'aspetto
positivo, cio la fioritura simultanea di molte citt, centri di
vita e di cultura. Questo giudizio positivo sul particolarismo lo
porta a giudicare positivamente anche la politica della Chiesa,
nonostante l'invettiva contro la corte papale con cui si apre il
passo citato; la Chiesa, infatti, rendendo inevitabile il
particolarismo, sarebbe, secondo lui, venuta incontro ad una
antiquissima consuetudine ed inclinazione italiana. Affiora
insomma nel pensiero guicciardiniano uno spirito guelfo,
particolarissimo e cosmopolitico insieme, che in Italia non si era
mai estinto e che anzi trover pochi decenni dopo nuovo alimento
nell'atmosfera della Controriforma. La posizione del Guicciardini,
essenzialmente conservatrice e tradizionalistica,  dunque assai
pi rispondente di quella del Machiavelli alle caratteristiche
specifiche della societ italiana quale si  venuta formando
nell'et comunale, ma  assai meno cosciente delle ragioni
profonde della crisi che travaglia l'Italia e dei caratteri nuovi
che va assumendo la situazione dell'Europa. Del resto anche nella
Storia d'Italia, cos piena di nostalgia per la situazione
dell'Italia prima del 1494 e cos efficace nella narrazione
particolareggiata delle calamit provocate dalle invasioni
straniere e dalle debolezze, dagli errori, dal disaccordo dei
principi italiani, il Guicciardini in sostanza sfugge ad
un'analisi approfondita delle ragioni generali della crisi
italiana.
   Di fronte a questa posizione, riflettente la mentalit tipica
della classe dirigente italiana dell'epoca, il Machiavelli appare
come un rivoluzionario: egli sente fortemente la nuova esperienza
delle monarchie occidentali ed intuisce che in esse vi  una forza
nuova, feconda di grandi sviluppi. Perci auspica la formazione in
Italia di un principato assolutistico ed unificatore, capace di
guidare la riscossa contro gli stranieri e conclude il suo
Principe con quella celebre esortazione a pigliare l'Italia e
liberarla dalle mani de' barbari, che  il primo documento di un
patriottismo, non pi comunale, non pi legato a sogni
cosmopolitici, ma italiano ed unitario. Inoltre la sua insistenza
sul problema militare, sulla necessit per uno Stato ben ordinato
di avere armi proprie e di organizzare una salda fanteria [...]
rispondeva per ad un'esigenza politico-sociale anch'essa
profondamente innovatrice: infatti fornir lo Stato di armi
proprie ed organizzare delle ordinanze [arruolamenti] di fanti
avrebbe significato ammettere nell'esercito i contadini e farne
non dei soldati di mestiere (come avveniva da tempo per i
contadini di alcune zone d'Italia che fornivano gli effettivi alle
truppe mercenarie esistenti), ma dei difensori della patria,
coscienti, sia pure in modo rudimentale, di questa loro funzione.
primo progetti di riforma militare del Machiavelli vanno insomma
giudicati positivamente non tanto dal punto di vista tecnico,
quanto per le loro implicazioni politico-sociali: anche per questa
via infatti il Machiavelli tendeva al superamento del gretto
particolarismo cittadino e alla creazione di uno Stato nuovo,
verso il quale le masse popolari delle campagne potessero avere un
atteggiamento di consenso attivo e non di passiva subordinazione o
di latente ostilit.
   Non esistevano tuttavia in Italia nei primi decenni del secolo
sedicesimo delle forze che avessero interesse a realizzare
l'ideale patriottico unitario del Machiavelli, o anche soltanto ad
avviarne una parziale realizzazione. La stasi nello sviluppo delle
forze produttive faceva s che non vi fosse nella societ italiana
di quell'epoca una classe fortemente progressiva, come lo era
stata alcuni secoli prima la borghesia mercantile dei comuni, la
quale avesse la volont e la capacit di mettere in moto altre
classi in direzione di un profondo rinnovamento politico, o che
comunque potesse costituire una stabile base per una dinastia, o
per un principe, che volesse cominciare l'unificazione e la
liberazione d'Italia. Perci dal punto di vista pratico immediato
l'azione del Machiavelli non ebbe risultati: fall il suo
tentativo di riforma militare a Firenze e andarono deluse le sue
speranze in un'energica azione italiana dei Medici, nel periodo
in cui questi, oltre alla signoria fiorentina, avevano nelle mani
anche il Papato. In sostanza il pensiero del Machiavelli, per
questo essenziale aspetto patriottico-unitario, non era aderente
all'effettiva situazione politico-sociale dell'Italia e
rispecchiava modelli europei, ai quali lo stesso Machiavelli in
parte sovrapponeva una sua visione paradigmatica di Roma antica. E
forse proprio dal contrasto tra il suo ideale patriottico-unitario
e la concreta situazione italiana di allora il Machiavelli fu
spinto a sopravvalutare le possibilit di successo dell'azione
personale di un principe redentore e ad insistere nella
spregiudicata delineazione di una tecnica di governo, che poi,
considerata in se stessa e ridotta ad una precettistica,
costituir il cosiddetto machiavellismo e provocher interminabili
polemiche sul problema del rapporto tra politica e morale.
   Ma il pensiero del Machiavelli non  riducibile al
machiavellismo: egli pose infatti per la prima volta il problema
di un'interpretazione scientifica della storia fondata
sull'esperienza, quindi di una razionale concezione dell'attivit
politica, e pose nello stesso tempo per la prima volta con
notevole chiarezza il problema della liberazione e
dell'unificazione d'Italia. In questo senso egli  pi vicino agli
italiani del Risorgimento che a quelli del suo tempo. Ben lo
comprese Francesco De Sanctis quando, proprio nel 1870, nella sua
Storia della letteratura italiana scrisse di lui: Siamo dunque
alteri del nostro Machiavelli. Gloria a lui quando crolla alcuna
parte dell'antico edificio. E gloria a lui quando si fabbrica
alcuna parte del nuovo. In questo momento che scrivo le campane
suonano a distesa e annunziano l'entrata degl'Italiani a Roma. Il
potere temporale crolla. E si grida "Viva" all'unit d'Italia. Sia
gloria al Machiavelli.
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